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Il laboratorio del LIAM per un giorno a MC4 – Motion Control for
In occasione di MC4 – Motion Control for, LIAM, il Laboratorio di Ricerca Industriale specializzato sull’automazione di macchine automatiche per il Packaging, aprirà per la prima volta al pubblico il proprio laboratorio di test, traslocando per un giorno le sue piattaforme di test e automazione nell’area espositiva della mostra convegno.
Ai visitatori di MC4 LIAM mostrerà come sia possibile valutare le prestazioni delle principali funzionalità richieste ai moderni sistemi di controllo del movimento.
Come è noto, infatti, la fusione di meccanica, elettronica e informatica nelle soluzioni meccatroniche rende particolarmente complessa la valutazione delle performance delle macchine automatiche. Il motion control è l’esempio più marcato di quanto sia significativa l’incidenza dei componenti elettronici e informatici su precisione, velocità e prestazioni del sistema.
Le attività che LIAM porterà a MC4 si soffermeranno su tre aspetti principali.
Per verificare le prestazioni dinamiche legate all’errore di inseguimento, si mostrerà come, attraverso un benchmark meccanico, sia possibile determinare le performance delle funzionalità a disposizione del progettista.
Altro aspetto di fondamentale importanza è la crescente potenza di calcolo richiesta per espletare alcune delle funzionalità richieste ai moderni sistemi di motion control, come l’emulazione di camme meccaniche: attraverso un secondo allestimento dimostrativo sarà possibile dimostrare come analizzare l’utilizzo della CPU in funzione del numero di assipresenti nel sistema.
Infine, attraverso un’applicazione di riferimento sviluppata ad hoc dagli ingegneri del laboratorio LIAM, si mostrerà come sia possibile ricavare informazioni sulla qualità del sistema di motion control.
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Cluster Fabbrica Intelligente: al via il progetto ADAPTIVE coordinato dall’Università di Modena e Reggio Emilia
L’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia sarà leader di uno dei quattro progetti relativi al Cluster Fabbrica Intelligente finanziato dal MIUR attraverso il bando Sviluppo e Potenziamento dei Cluster Tecnologici Nazionali. Affidato al coordinamento del prof. Cesare Fantuzzi il progetto che riguarda “Approcci adattativi e modulari per la Digital Factory” potrà contare su un budget di 10 milioni di euro e vede coinvolti 15 diversi soggetti tra importanti aziende nazionali e università. A capo degli obiettivi realizzativi lo stesso prof. Cesare Fantuzzi del Dipartimento di Scienze e Metodi dell’Ingegneria di Reggio Emilia, il dott. Marcello Pellicciari del Dipartimento di Ingegneria “Enzo Ferrari” di Modena ed il prof. Fabio Previdi dell’Università di Bergamo.
Il bando del MIUR relativo a Sviluppo e Potenziamento dei Cluster Tecnologici Nazionali per quanto riguarda il settore Cluster Fabbrica Intelligente vede un grande successo dei ricercatori dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, che sono leader di uno dei 4 progetti costituenti, ovvero di quello intitolato “Approcci adattativi e modulari per la Digital Factory”.
Attraverso il suddetto bando del maggio 2012 il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ha inteso promuovere una iniziativa di forte sostegno alla innovazione, selezionando le migliori aziende e università italiane capaci di sviluppare progetti di ricerca collaborativa, con cui migliorare le filiere tecnologiche italiane in 9 settori strategici: chimica verde, agrifood, tecnologie ed ambienti per la vita, scienze della vita, tecnologie per le smart communities, mezzi e sistemi per la mobilità di superficie terrestre e marina, aerospazio, energia e fabbrica intelligente.
A seguito di una valutazione svolta da esperti internazionali, la proposta portata avanti dal Cluster Fabbrica Intelligente è risultato il migliore dei 9 Cluster nazionali, proponendo ambiziosi progetti di ricerca con cui innovare le fabbriche del futuro.
Il Cluster Fabbrica Intelligente è strutturato in 4 progetti: Produzione sostenibile, Approcci adattativi e modulari per la digital factory (“ADAPTIVE”), Smart Manufacturing e Produzione a elevate prestazioni.
Complessivamente il Cluster coinvolge 76 soggetti tra imprese, università ed enti di ricerca, provenienti da tutto il territorio italiano, per un ammontare di 48 milioni di euro di investimenti che genereranno anche tanta nuova occupazione.
Per la Regione Emilia Romagna, specializzata nella realizzazione di prodotti ad alta tecnologia fortemente personalizzati ed ottimizzati, il tema strategico riguarda sicuramente l’innovazione dei sistemi di produzione in termini di flessibilità ed adattamento a continui cambiamenti di prodotto e processo. “
“Non sorprende che il nostro Ateneo, da sempre leader nella ricerca applicata, - ha affermato il prof. Cesare Fantuzzi del Dipartimento di Scienze e Metodi dell’Ingegneria - sia stato riconosciuto come ente coordinatore scientifico del progetto <ADAPTIVE>, potendo contare su un budget di progetto di circa 10 Milioni di euro, che vede protagonisti 15 soggetti diversi fra università ed aziende”.
Il progetto ADAPTIVE si propone di sviluppare tecnologie e soluzioni per migliorare la capacità delle moderne fabbriche di essere flessibili ed efficienti, allo scopo di rispondere in modo adeguato ai cambiamenti richiesti delle dinamiche sempre più veloci del mercato.
“Sono davvero soddisfatto di questo risultato ottenuto e dello spirito collaborativo che si è instaurato in questa circostanza tra giovani ricercatori e veterani. Essere stati selezionati per il bando dei Cluster Tecnologici Nazionali – ha commentato il Rettore prof. Angelo O. Andrisano - è un ulteriore riconoscimento dell’elevato livello di qualità della ricerca che si conduce nel nostro Ateneo, ma soprattutto conferma la nostra capacità di sapere intrattenere un dialogo proficuo col sistema delle imprese e che la ricerca scientifica fatta in sinergia con le aziende può portare nuova occupazione in un periodo così difficile per la nostra nazione”.
Il progetto ADAPTIVE, il cui responsabile scientifico è il prof. Cesare Fantuzzi del Dipartimento di Scienze e Metodi dell’Ingegneria della sede d’Ateneo di Reggio Emilia, è organizzato in 3 obiettivi realizzativi specifici: il primo riguarda nuove soluzioni di manifattura robotizzata e sarà coordinato dal dott. Marcello Pellicciari del Dipartimento di Ingegneria “Enzo Ferrari” della sede d’Ateneo di Modena; il secondo obiettivo riguarda la realizzazione di sistemi di produzione intrinsecamente flessibili e modulari, e sarà coordinato dal prof. Fabio Previdi dell’Università di Bergamo; il terzo, coordinato dal prof. Cesare Fantuzzi, si occupa della cooperazione e collaborazione tra robot e uomini in ambienti manifatturieri.
Sia il prof. Cesare Fantuzzi che il dott. Marcello Pellicciari fanno parte di INTERMECH MO.RE., il centro interdipartimentale che Unimore ha creato specificatamente per favorire la ricerca applicata ed il trasferimento tecnologico della ricerca.
Nello specifico il dott. Marcello Pellicciari guiderà un gruppo di lavoro costituito da UNIMORE, Università di Napoli, e le aziende SIR SPA (famoso costruttore modenese di impianti robotizzati), AVIOAERO (importante produttore di componenti e sistemi per l’aeronautica civile e militare), e il gruppo industriale riminese SCM GROUP, (uno dei maggiori costruttori mondiali di linee ed impianti di lavorazione legno).
“Il progetto – spiega il dott. Marcello Pellicciari - mira ad incrementare ulteriormente la precisione ed efficacia operativa dei robot industriali, rendendo possibili processi tecnologici attualmente irrealizzabili: per raggiungere gli obiettivi prefissati dovremo affrontare problematiche tecnico-scientifiche molto impegnative che apporteranno nuova occupazione e competitività alle aziende italiane”.
“Il Progetto ADAPTIVE – aggiunge Cesare Fantuzzi - è un progetto complesso ed ambizioso: ha richiesto un notevole lavoro di preparazione preliminare in cui pianificare le attività di ricerca scientifica, la gestione della proprietà intellettuale e l’organizzazione operativa del lavoro. Devo comunque ringraziare ASTER (associazione regionale che coordina la rete di ricerca regionale dell’Alta Tecnologia) e CRIT (Consorzio di ricerca che unisce molte delle più importanti aziende regionali) per il costante supporto che ci hanno dato”.
NEFTECH Tecnology: la filiera dell’high tech per sfidare i mercati globali
Articolo pubblicato su: IlSole24Ore - Speciale Ricerca, Innovazione, Tecnologia e Aerospazio - 10/02/2014
Neftech Technology è la risposta intelligente e lungimirante di sei aziende con importante know-how e specializzazione dell’Emilia-Romagna che hanno deciso di diventare una rete d’impresa per moltiplicare i risultati grazie alle rispettive competenze e capacità.
L’ambito d’azione è la ricerca e lo sviluppo con la fornitura di servizi di progettazione, test e sviluppo prototipale nell’industria, servizi che coinvolgono i sei attori dell’iniziativa: Ghepi, Tec Eurolab, Procomec, Gruppo Crp, Itg e Deltatech. Il loro obiettivo è fornire un nuovo servizio avanzato e customizzato per la realizzazione di progetti integrati, complessi e multi-competenze, comprendente servizi di progettazione, test e sviluppo prototipale con particolare riferimento alla meccanica e alla meccatronica.[..]
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L’Open Innovation come modello di gestione della conoscenza per facilitare l’eco-innovazione
Articolo pubblicato su Energia, Ambiente e Innovazione - Bimestrale ENEA – n. 5 Settembre-Ottobre 2013
L’Open Innovation è un nuovo modello di gestione della conoscenza che descrive processi di innovazione caratterizzati dall‘apertura verso l’esterno. Da alcuni anni diverse aziende hanno deciso di integrare l’Open Innovation con la sostenibilità ambientale, dando vita a modelli di Open Green Innovation. L’articolo offre una panoramica sulle migliori pratiche internazionali di Open Green Innovation (crowdsourcing open network, crowdfunding, reti collaborative, cluster tecnologici), riportando alcuni casi studio caratterizzati da un elevato potenziale di replicabilità.
Da oltre una decina di anni si sente sempre più parlare di Innovazione Aperta (in inglese Open Innovation), un nuovo modello di gestione della conoscenza che descrive processi di innovazione caratterizzati dall‘apertura verso l’esterno, che modifica il modello più convenzionale del closed innovation. L’ecosistema con il quale le aziende possono scambiare know-how è costituito in primo luogo dai clienti e dalla rete di fornitura, ma anche da centri di ricerca, università, start-up e soggetti pubblici o privati in grado di facilitare i processi di trasferimento tecnologico. Le logiche di Open Innovation sono varie e possono prevedere, ad esempio, la collaborazione con centri di ricerca esterni, il coinvolgimento come parte attiva dei propri clienti o fornitori o l‘eventuale cessione dei risultati della ricerca interna, anche trasformando programmi di sviluppo interni in progetti open source.
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Autori: Johanna Ronco, Roberto Pelosi
Thomson Reuters 2013: Top 100 Global Innovators
Thomson Reuters ha reso nota, anche quest’anno, la classifica dei primi 100 “global innovators” del 2013 (programma avviato nel 2011), global company che si sono distinte, a livello worldwide, come leader per quanto concerne l’attività di innovazione tecnologica nel proprio settore di attività.
La classifica è frutto di un’attività di analisi, messa a punto Thomson Reuters, basata su metriche che fanno riferimento a vari aspetti dell’innovazione correlati all’attività brevettuale e scientifica di tali soggetti. Si tratta di aziende che si sono distinte per un’importante volume di invenzioni depositate, riconosciute come realmente innovative, per i quali richiedono protezione a livello globale e che, in certa misura, hanno esercitato una significativa influenza sui successivi sviluppi portati avanti da altri soggetti.
Dal punto di vista della distribuzione geografica, dallo studio emerge, ancora una volta, come la maggior parte delle aziende provenga dagli Stati Uniti (il 46%) e, a seguire, dall'area asiatica (con Giappone, Corea del Sud e Taiwan). L'Europa chiude la classifica, con un'importante presenza della Francia (che negli ultimi anni ha varato una serie di misure per sostenere l'innovazione e l'R&D, che sembrano aver portato a risultati concreti). Completamente assente l'Italia. Fra le new entry di quest'anno si sottolinea l'ingresso di Omron (settore semiconduttori e componenti elettronici), azienda del Network Fornitori Accreditati CRIT.
Per quanto riguarda i settori di attività: al primo posto si conferma ancora una volta quello dei semiconduttori e prodotti elettronici (dominato dalle aziende americane), seguito da Computer Hardware, dall’Automotive e da quello dei prodotti Consumer. Particolarmente evidente l'intensa competizione dei principali players nell'ambito smartphone, tutti presenti nella classifica: Apple, Microsoft, Samsung, Google e Blackberry.
Il report completo dell’analisi svolta da Thomson Reuters è scaricabile gratuitamente al seguente link: http://top100innovators.com/
Network Fornitori Accreditati CRIT – Activity Report 2013
Nel corso del Suppliers’ Day svoltosi presso CRIT lo scorso 12 dicembre, CRIT ha presentato l’Activity Report 2013 relativo alle attività del Network Fornitori Accreditati.
Questo il prospetto generale delle attività realizzate:
- 5 Tavoli di Lavoro
- 18 Seminari CRIT
- 1 Tecno Tour
- 9 Convegni
- 2 Suppliers’ Day
- 11 Incontri Fornitore
- 15 Attività Client/Supplier Matching
- 6 Bandi R&D proposti
- 2 Domande presentate.
Alcuni dati salienti da segnalare: 22 Fornitori su 36 sono stati coinvolti nelle attività relative ai bandi R&D e alle domande di finanziamento (61% sul totale, contro il 38% del 2012), il 92% dei fornitori coinvolti almeno in un’attività di innovazione collaborativa (tavoli di lavoro e confronto, seminari, tecno-tour, convegni, ecc); 58% dei Fornitori (21 su 36) coinvolti nelle attività di matching con soci e clienti CRIT (incontri diretti, matching cliente/fornitore) rispetto al 47% del 2012.
Per maggiori dettagli, è possibile consultare il report completo.
Il Club degli Innovatori, un “think tank” a misura d’impresa
Con il 2013 si chiudono i primi cinque anni di attività del Club degli Innovatori di Confindustria Modena, che ad oggi conta 139 iscritti e 21 tavoli di lavoro. L’ultimo incontro del 2013, sull’impiego degli adesivi strutturali nella progettazione meccanica, si è tenuto a fine novembre con la collaborazione della società di consulenza Crit Research e dell’azienda Duna Corradini. «Gli adesivi offrono importanti miglioramenti progettuali come l’impermeabilizzazione, la resistenza a condizioni particolarmente critiche e la riduzione del peso finale», hanno rimarcato Andrea Federzoni del team R&D di Duna Corradini e il docente di progettazione meccanica all’Università di Parma Alessandro Pirondi.
Ogni tema al centro dei tavoli di lavoro si costruisce grazie a una sezione ad hoc del sito Internet di Confindustria Modena dove le aziende sono invitate a esprimersi con suggerimenti e proposte. L’associazione di via Bellinzona completa poi l’organizzazione dell’evento con l’individuazione dei relatori e degli esperti più accreditati.
Per il nuovo anno è già stato messo in calendario “Simulazione ibrida e collaudo virtuale di sistemi meccatronici”. L’appuntamento è fissato per martedì 21 gennaio alle ore 14.30. Anche in questo caso con la supervisione tecnica di Crit Research. Guest speaker sarà Marcello Pellicciari, docente all’Università di Modena e Reggio Emilia.
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Tavolo di lavoro Club Innovatori[/caption]
Fraunhofer ISE, nuovi record di efficienza per le celle solari
L’Istituto Fraunhofer per i Sistemi ad Energia Solare (Fraunhofer ISE) segna un nuovo record nel settore del fotovoltaico, portando al 24% l’efficienza delle celle solari al silicio di tipo N. Solo poche settimane fa, il Fraunhofer ISE, insieme a Soitec, CEA- Leti e all'Helmholtz Center di Berlino aveva stabilito un nuovo record mondiale assoluto per l’efficienza di conversione delle celle fotovoltaiche, grazie allo sviluppo di una cella solare a quattro giunzioni utilizzata nei concentratori fotovoltaici e capace di raggiungere un’efficienza del 44,7%. Il nuovo record stabilito in questi giorni dal Fraunhofer ISE riguarda invece le celle solari di tipo N, ed è stato ottenuto grazie a uno speciale “contatto passivato” che copre l’intera superficie posteriore della cella.
Le celle solari al silicio comprendono due aree, con spessori diversi, per conduzioni differenti: N indica negativo, P positivo. Lo strato più spesso, il materiale di supporto, viene considerato la base e determina il tipo di cella. Le celle solari tradizionali presentano una base di tipo P e uno strato conduttivo N sottile, detto emittente o vettore di carica. Nelle celle solari di tipo N, l'emittente è "dopato P", tramite la diffusione di boro o l'aggiunta di alluminio.
La maggior parte delle celle solari al silicio attualmente disponibili sul mercato è di tipo P e sono caratterizzate da un’elevata efficienza, ma il nuovo silicio di tipo N mostra proprietà migliori per quanto riguarda la tolleranza verso quasi tutte le impurità. Inoltre, il silicio di tipo P è più vulnerabile alla degradazione indotta dalla luce, cosa che non si verifica con il silicio di tipo N.
Per qualche tempo, sono stati condotti esperimenti sul silicio di tipo N come materiale di base, ma la tecnologia di produzione era risultata molto complessa. Ad esempio, il problema principale nell'utilizzo delle celle solari di tipo N, in cui l'emittente si trova sul lato esposto al sole, era la passivazione dell'emittente stesso, trattato normalmente con aggiunta di boro.
Finora, le caratteristiche del lato posteriore della maggior parte delle celle solari rappresentavano un limite per l’efficienza dei dispositivi, a causa della presenza di contatti proprio sulla superficie inferiore. Utilizzando un contatto “passivato”, gli scienziati del Fraunhofer ISE sembrano avere superato questo limite tecnologico. Secondo Stefan Glunz, direttore della divisione “Sviluppo e caratterizzazione delle celle solari” al Fraunhofer ISE, il contatto posteriore sviluppato per le nuove celle solari di tipo N è molto semplice, senza alcun patterning, e consente di raggiungere un rendimento del 24%.
Il nuovo contatto posteriore, denominato Topcon (Tunnel Oxide Passivated Contact), è costituito da un tunnel ultrasottile di ossido e uno strato sottile di silicio. La passivazione superficiale è di ottima qualità e il contatto posteriore offre una bassa resistenza per il trasporto dei portatori di carica. Questa nuova tecnologia, spiegano i suoi ideatori, permette di estendere il contatto all’intera superficie posteriore della cella solare, riducendo al minimo le perdite di resistenza.
Il Fraunhofer ISE attualmente sta continuando a sviluppare la tecnologia di processo per le celle solari di tipo N. Nel prossimo futuro è prevedibile che le celle solari al silicio prodotte industrialmente raggiungeranno tassi di efficienza superiori al 20%.
Fonti:
Componenti di libreria software intelligenti
Per ridurre i tempi di sviluppo della logica di controllo di una macchina automatica è importante che questa sia modulare e riutilizzabile, cioè basata su componenti di libreria che opportunamente configurati possano essere utilizzati su macchine automatiche diverse. Gli standard e le norme, come la IEC-61131-3 e PLCopen, stanno cercando di aiutare il progettista software a rendere i progetti sviluppati indipendenti dalla piattaforma di controllo, operando una standardizzazione dei linguaggi e delle funzionalità che le diverse piattaforme di controllo devono implementare. Oggi il progettista software trova disponibili sul mercato componenti per l’implementazione delle funzionalità di alto livello e basso livello, tipicamente per la gestione delle interfacce utente uomo macchina (HMI), gestione del motion control e gestione dei bus di campo di componenti remoti. Al contrario, per lo sviluppo della logica di controllo, il progettista software si trova spesso a dover sviluppare i propri componenti di libreria. Quando si parla di componenti software intelligenti, il primo passo è capire quali sono i componenti necessari per sviluppare un’applicazione nel mondo delle macchine automatiche.
Pensando a come è strutturato il software di una macchina automatica, possiamo dividere i componenti in due gruppi: uno comprende i componenti che pilotano dispositivi fisici (valvole pneumatiche, motori elettrici, ecc.), nell’altro quelli che implementano funzionalità che non sono legate a dispositivi fisici, ma a servizi necessari per lo sviluppo del controllo logico. Approfondiamo ora il tema dei componenti di libreria intelligenti di questo secondo gruppo.
Una problematica tipica nel mondo delle macchine automatiche è la gestione delle informazioni riguardanti il prodotto in lavorazione (solitamente quello che accade è un avanzamento del prodotto che viene lavorato in stazioni successive). Quando il prodotto si trova in una stazione di lavorazione, la condizione di lavorazione su quel prodotto dipende da condizioni derivate dalla lavorazione precedente. Ad esempio, se la lavorazione precedente non è andata a buon fine, il prodotto è da considerare scarto e non devono essere eseguite le lavorazioni successive.
Spesso il progettista software approccia questa problematica come una “semplice” gestione di dati che scorrono in uno shift register, andando a personalizzare per ogni macchina le condizioni di esecuzione di lavorazione, e le condizioni per leggere le informazioni dai sensori che indicano se la lavorazione è andata a buon fine oppure no. A complicare ulteriormente lo sviluppo del controllo della macchina sono le condizioni di funzionamento non nominali; un esempio classico sono le condizioni di arresto della macchina, sia di tipo immediato che non immediato. Sotto queste condizioni di arresto le lavorazioni devono venire sospese, ma non sempre nello stesso modo: in alcuni casi tramite arrestati immediati, in altri casi devono prima completare operazioni e poi arrestarsi per non rimanere a contatto con il prodotto (ad esempio per gli incollaggi).
Questa gestione differenziata viene di solito personalizzata dal progettista software ad ogni applicazione, mentre invece il problema potrebbe essere generalizzato ed affrontato in maniera più trasversale, sviluppando dei componenti di libreria software intelligenti, configurabili con le diverse modalità di gestione. Per affrontare questo problema, il componente di libreria al suo interno avrà varie unità di funzionamento: un’unità di memorizzazione dello stato dei prodotti durante il processo di lavorazione (registro a scorrimento); unità preposte all’individuazione dei prodotti da scartare a seguito di lavorazioni non correttamente effettuate (sezioni di verifica); unità preposte alla identificazione di situazioni operative cui può corrispondere un arresto della macchina, ma che non interferiscono col processo di lavorazione dei prodotti (sezioni di diagnostica); unità preposte all’inibizione di eventuali lavorazioni sui prodotti (sezioni di predisposizione); unità preposte al prelievo dei materiali e all’instradamento dei prodotti verso i relativi canali di raccolta (sezioni di controllo). Il componente di libreria dovrà, tramite opportuna configurazione: definire la sequenza delle attività di verifi ca e di controllo a eseguire sui prodotti in corso di lavorazione; definire i compiti affidati alle sezioni di verifica, diagnostica, predisposizione e controllo, e loro classificazione in termini di modalità di gestione dei relativi segnali di ingresso o di uscita. Si può configurare anche la gestione per la sincronizzazione del trasferimento di informazioni tra sottosistemi preposti alla verifica ed al controllo delle lavorazioni eseguite in parallelo su prodotti distinti. Con lo stesso approccio è possibile sviluppare un componente di libreria per la gestione delle segnalazioni. Con il termine segnalazione vogliamo indicare qualsiasi tipo di informazione (allarmi, anomalie, avvertimenti, indicazioni) debba essere inviata all’utente come supporto alla guida della macchina; quindi, oltre alle informazioni di diagnostica, con il termine segnalazione indichiamo le informazioni relative allo stato della macchina. Un punto critico riguarda la modalità di generazione delle azioni che devono scaturire in macchina a fronte delle varie segnalazioni.
In questo caso potrebbe sembrare non possibile generalizzare questo problema e quindi sviluppare un componente di libreria, dato che i guasti nelle macchine sono differenti e che ancor più differente nelle diverse macchine è l’azione da intraprendere a fronte dei diversi guasti. Il problema può essere scomposto in due parti: nella memorizzazione delle segnalazioni e nella generazione delle azioni. La memorizzazione può essere affidata a un componente di libreria, che opportunamente configurato può gestire la lista delle segnalazioni attive, con priorità temporale o priorità statica, e la modalità di reset o di autoreset (incondizionato, condizionato, temporaneo, a macchina ferma, ecc.) delle singole segnalazioni. La gestione della modalità di reset di ogni segnalazione, e l’azione corrispondente sulle condizioni operative della macchina (arresto incondizionato in emergenza, immediato, in fase, arresto temporaneo, ecc.), possono essere gestite tramite un semplice template in cui il progettista software deve inserire queste informazioni, cioè deve “descrivere il comportamento della macchina”.
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Premio Sviluppo Sostenibile 2013: ecco i vincitori
L’Open Innovation funziona! Le conclusioni in un report di Chesbrough e Brunswicker
Il padre dell’Open Innovation Henry Chesbrough, dell'Università della California a a Berkeley, e Sabine Brunswicker dell’istituto Fraunhofer hanno recentemente realizzato un interessante report intitolato “Managing Open Innovation in Large Firms”, nel quale si affronta la questione dell’efficacia dell’Open Innovation all’interno delle grandi imprese. La conclusione del report è che l’Open Innovation funziona davvero, e questo giustifica il crescente livello di interesse ed investimenti in questo nuovo paradigma dell’innovazione. Lo studio ha raccolto le interviste di 125 grandi imprese europee e statunitensi, con fatturato di almeno 250 milioni di dollari e oltre 1.000 dipendenti.
Le conclusioni possono essere così sintetizzate:
- Il 78% delle imprese intervistate pratica l’Open Innovation.
- Nessuna impresa ha abbandonato la pratica dell’Open Innovation da quando l’ha introdotta all’interno dei processi di R&D.
- Il 71% delle imprese riferisce che il proprio top management supporta l’Open Innovation.
- L’82% delle imprese riferisce che, in confronto a tre anni fa, l’Open Innovation è praticata in maniera più intensa.
- Le tre principali pratiche di Open Innovation adottate dalle grandi aziende solo la partecipazione diretta dei clienti ai processi R&D, il networking informale e la collaborazione con le Università. Il Crowdsourcing e i servizi offerti dagli intemediari dell’open innovation hanno un utilizzo ancora relativamente limitato.
- La necessità di stabilire nuove partnership, esplorare nuovi trend tecnologici e identificare nuove opportunità di business sono le principali ragioni strategiche che spingono le aziende ad adottare l’Open Innovation
- Le divisioni di R&D e ingegnerizzazione delle aziende che praticano Open Innovation riferiscono di disporre di maggiore autonomia di gestione delle risorse finanziarie da destinare alle attività di innovazione
- La tipica grande azienda del campione esaminato investe 2 milioni di dollari annualmente in Open Innovation ed impiega a questo scopo l’equivalente di 20 impiegati full time.
- L’Open Innovation non è ancora molto formalizzata, e le norme culturali interne alle aziende hanno la stessa importanza delle pratiche più formali
- La maggiore sfida nella gestione dell’Open Innovation si svolge all’interno delle aziende stesse. Il cambiamento di paradigma dalla innovazione chiusa alla innovazione aperta rappresenta la barriera più difficile da superare.
- Le imprese non sono ancora soddisfatte dei loro attuali parametri di Open Innovation, anche se ritengono che la loro performance complessiva riguardo l’open innovation sia migliorata nel corso degli anni.
Il report è liberamente scaricabile sul sito del Fraunhofer Institute.
Fonti: 15Inno by Stefan Lindegaard, Fraunhofer IAO
Foto: opensourceway on Flickr
La prototipazione virtuale dei servomeccanismi
L’importanza della simulazione del servomeccanismo. Gli azionamenti vengono dimensionati sulla base di simulazioni dinamiche a corpi rigidi con leggi di moto nominali o per carichi di lavoro di riferimento stazionari. Il loro corretto funzionamento viene verificato però solo su un prototipo della macchina. L’utilizzo dei servomeccanismi comporta anche una maggiore complessità della progettazione del software di controllo, in quanto tutti i sincronismi sono garantiti solo dalle leggi di moto programmate, dette camme elettroniche. Il software di macchina deve comandare efficacemente le sequenze operative dei singoli azionamenti, le singole leggi di moto ed i cosiddetti cambi camma. Risulta chiaro come un ambiente di progettazione integrato diventi sempre più necessario per supportare le scelte progettuali di specialisti così diversi. In questo scenario interviene in aiuto dei progettisti la simulazione degli azionamenti e dell’intera macchina automatica con prototipi virtuali, al fine di dimensionare con maggiore precisione le caratteristiche del servoazionamento, potendone verificare il comportamento in risposta ai comandi del sistema di controllo.
Livello di dettaglio della simulazione. Il livello di dettaglio di un modello virtuale è un compromesso tra gli obiettivi della simulazione, le risorse impiegate nella modellazione ed il carico computazionale. Se occorre testare formalmente le logiche di controllo dell’intera macchina automatica occorre eseguire in real-time sia il prototipo virtuale che il sistema di controllo reale interfacciato Hardware in the Loop (HIL). Se lo scopo è invece l’ottimizzazione delle prestazioni di un servomeccanismo si ricorrerà ad un’analisi Multi Flexible Body Dynamics (MFBD) completamente virtuale. Per un’esecuzione real time i prototipi virtuali dei servoazionamenti devono essere definiti con modelli dinamici semplificati che però si interfaccino deterministicamente agli IOs logici del controllore, inclusi riferimenti e retroazioni del moto. Se invece occorre ottimizzare un particolare servomeccanismo si ricorre ad analisi MFBD che considerano la dinamica meccanica, includendo inerzie, attriti, giochi ed elasticità, in cosimulazione con un ambiente di modellazione della dinamica elettrica ed elettronica dell’azionamento e del controllore retroazionato. Questo approccio di simulazione ottimizza le prestazioni meccatroniche del servomeccanismo e la configurazione dei parametri, ma non può più essere eseguito in real time. In base allo specifico problema progettuale occorrerà quindi scegliere un buon compromesso tra modelli semplificati o complessi.
Risultati e sviluppi futuri. Allo stato attuale le leggi di moto reali dei servomeccanismi in condizioni di carico variabile sono valutate sperimentalmente con co-simulazioni MFBD, e poi integrate in modo computazionalmente efficiente nell’ambiente real time di prototipazione virtuale. È quindi possibile simulare il comportamento dei servoazionamenti sia da un punto di vista logico, sia sotto l’aspetto dinamico funzionale, unendo i processi di debug della logica ed ottimizzazione del funzionamento.
Risultati e sviluppi futuri. Allo stato attuale le leggi di moto reali dei servomeccanismi in condizioni di carico variabile sono valutate sperimentalmente con co-simulazioni MFBD, e poi integrate in modo computazionalmente efficiente nell’ambiente real time di prototipazione virtuale. È quindi possibile simulare il comportamento dei servoazionamenti sia da un punto di vista logico, sia sotto l’aspetto dinamico funzionale, unendo i processi di debug della logica ed ottimizzazione del funzionamento.
Autori: Luca Goldoni (LIAM), Gianluca Berghella (CRIT)
Articolo pubblicato su Automazione Integrata - Maggio 2013